Crisi d’impresa: 7 cose da monitorare per prevenirla

Tabella dei Contenuti

Cosa si intende per crisi d’impresa

Fino a pochi anni fa era una domanda generica ma il codice della crisi di impresa e dell’insolvenza ha reso la risposta molto più specifica.

A chi si chiede cosa è la crisi d’impresa bisogna innanzitutto chiarire che si tratta di un concetto diverso da quello di insolvenza.

Nei libri di diritto commerciale, crisi d’impresa e insolvenza sono sempre stati due concetti tendenzialmente molto vicini, quasi sinonimi.

Se potessimo fare un riassunto in due righe di quanto accaduto negli ultimi anni, potremmo dire che questi due concetti si sono gradualmente staccati.

Uno stato di crisi aziendale non è più uno stato di insolvenza propriamente detto, bensì uno stadio precedente, una sorta di “anticamera” (art 2 CCII).

Secondo il Codice della Crisi, infatti, il concetto di insolvenza rappresenta l’incapacità dell’impresa di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

La crisi d’impresa invece – sempre secondo il medesimo Codice – rappresenta l’inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte alle obbligazioni nei successivi 12 mesi.

Notiamo dunque come il concetto di crisi d’impresa, oltre ad essersi “staccato” da quello di insolvenza, è diventato qualcosa di misurabile con esattezza e precisione.

La naturale conseguenza di ciò è di poterlo collocare in un preciso punto cronologico della vita di un’impresa, cosa che invece prima non era possibile.

Quali sono le fasi di una crisi d’impresa

Le fasi sono tre:

  • evento innescante
  • squilibrio finanziario
  • accumulo di debiti scaduti

Una crisi aziendale in genere comincia sempre con un evento che porta ad una diminuzione dei flussi liquidi, ovvero un peggioramento della posizione finanziaria.

Tale evento può essere graduale e fisiologico, come ad esempio un calo di fatturato conseguente a obsolescenza del prodotto o a maggiore concorrenza.

Ma può esserci anche il caso di un evento traumatico, quale ad esempio una insolvenza improvvisa (mancato incasso) da parte di un grosso cliente.

In entrambi i casi, la conseguenza – immediata o differita – è una diminuzione dei flussi di cassa che servono a far fronte ai debiti correnti.

Tale fenomeno, se non gestito immediatamente, porta gradualmente all’accumulo di debiti scaduti i quali si incrementano man mano che passa il tempo.

I debiti scaduti a loro volta possono portare ad azioni giudiziarie da parte dei creditori, che per tutelare le loro ragioni decidono di effettuare pignoramenti.

In sintesi, si parte da un evento traumatico o fisiologico, il quale conduce ad una situazione di tensione finanziaria, la quale porta a graduale indebitamento.

Che cosa succede se un imprenditore è in crisi

Quando si deve gestire una crisi d’impresa, è di fondamentale importanza chiedersi che cosa cambia nell’approccio a tale problema.

Storicamente si è sempre ritenuto che un’azienda in crisi dovesse essere sottoposta ad una della procedure cosiddette “concorsuali”, per salvaguardare gli interessi dei creditori.

L’interesse dell’imprenditore passava quindi in secondo piano, quale “punizione” per non aver saputo gestire l’azienda in maniera efficiente.

Nonostante crisi d’impresa e procedure concorsuali siano sempre state strettamente collegate, il Codice della Crisi ha però introdotto dal 2022 una nuova espressione.

Tale espressione è “strumenti di regolazione della crisi”, ovvero quella famiglia di procedure che servono appunto per evitare l’insolvenza.

Ecco allora che la crisi d’impresa diventa – nella testa “ottimistica” del nuovo legislatore – una situazione senz’altro gestibile attraverso uno di questi strumenti.

Ed espressioni come “crisi d’impresa e piani di risanamento”, “crisi d’impresa e processi di ristrutturazione”, “crisi d’impresa e trattative coi creditori” diventano più frequenti.

Naturalmente in una crisi d’impresa soggetti obbligati continuano a restare gli imprenditori e chi ha prestato garanzie nel loro interesse.

Ma ad essi si affiancano, con un ruolo molto più importante e delicato, i consulenti e gli organi di controllo che hanno una funzione di monitoraggio.

Per il Legislatore non è tanto importante punire l’imprenditore dopo che l’azienda è indebitata, bensì giocare d’anticipo ed evitare che si arrivi a tale situazione.

L’imprenditore smette dunque di essere relegato in secondo piano, anzi viene responsabilizzato e affiancato da professionisti “tutori” che lo aiutino.

L’interesse dell’imprenditore e la salvaguardia dell’impresa smettono di essere mortificati in nome della tutela dei creditori.

Il tutto nel segno di due concetti che oramai sono diventati veri e propri mantra nel nuovo Codice della Crisi d’impresa: continuità e prevenzione.

Questo ci porta alla conclusione che di fronte ad una crisi d’impresa cosa fare dipende molto dal contesto normativo in cui ci si trova.

Cosa prevede il nuovo codice della crisi d’impresa

In questo momento storico la normativa – cioè il nuovo Codice della Crisi d’impresa – esige dalle aziende un monitoraggio costante e un intervento tempestivo.

Chiariamo subito un’aspetto riguardante le aziende interessate da questo nuovo modo di gestire la crisi d’impresa: a chi si applica non dipende dalle dimensioni o da altri parametri.

Tutte le aziende, a prescindere dalla dimensione, sono obbligate a rispettare questa nuova impostazione, e lo saranno ancor di più col passare degli anni.

È quindi plausibile che la giurisprudenza della crisi d’impresa 2025 sia meno disposta a perdonare errori rispetto alla giurisprudenza della crisi d’impresa 2024 o 2023.

Anche perché il Legislatore ha introdotto un nuovo strumento denominato composizione negoziata della crisi d’impresa proprio per evitare l’utilizzo di strumenti giudiziari più invasivi.

E la procedura maggiormente utilizzata (soprattutto in tempi recenti) quando si parla di gestione preventiva di una crisi d’impresa è proprio la composizione negoziata.

Prima si interviene, maggiori sono le chances di successo, perché la crisi è ancora in fase iniziale, dunque gestibile in maniera sicuramente più agevole.

In particolare ci sono 7 cose che ogni imprenditore deve tenere d’occhio se vuole evitare problemi di crisi d’impresa e se vuole evitare spiacevoli responsabilità.

Tali responsabilità derivano dal fatto che monitorare la salute della propria azienda non è più solo un comportamento virtuoso, ma è diventato un obbligo di legge.

A dircelo è proprio il Codice della Crisi il quale – intervenendo anche sul Codice Civile – ha introdotto dei precisi obblighi di prevenzione.

Tali obblighi sono contenuti sia nell’art. 3 (imprenditori individuali) sia nell’art. 375 (imprenditori collettivi o societari) che ha modificato l’art. 2086 del Codice Civile.

L’imprenditore che omette di osservare tali obblighi può essere ritenuto responsabile del danno provocato all’azienda per non essersi attivato o per essersi attivato in ritardo.

Crisi d’impresa: le 7 cose da monitorare

In questo paragrafo analizzeremo quali sono le 7 aree da monitorare secondo il Codice della Crisi, e le 7 soglie critiche da non superare.

Tra queste 7 soglie critiche, vedremo le 4 che – se superate – comportano la segnalazione da parte dell’ente pubblico creditore all’imprenditore e all’organo di controllo.

Debiti verso dipendenti: la soglia da monitorare

La norma (art 3 CCII) considera come un segnale preventivo di una crisi d’impresa il superamento di una soglia critica nei debiti verso dipendenti.

Precisamente, la soglia è superata quando i debiti per retribuzioni scaduti da almeno 30 giorni sono più della metà rispetto all’ammontare complessivo mensile delle retribuzioni.

Ad esempio, l’allarme scatta se un’azienda mediamente paga 100.000 euro di stipendi al mese, e comincia a pagarne 51.000 in ritardo di oltre 30 giorni.

Debiti verso fornitori: la soglia da monitorare

Sempre il medesimo art 3 del Codice considera un segnale premonitore di crisi d’impresa il superamento di una soglia critica nei debiti verso fornitori.

In questo caso ciò che fa superare la soglia è avere debiti scaduti da almeno 90 giorni di importo superiore a quello dei debiti non scaduti.

Facendo un esempio pratico, l’allarme scatta se un’azienda ha debiti totali verso fornitori per 200.000 euro, di cui 101.000 scaduti da più di 90 giorni.

Debiti verso banche: la soglia da monitorare

La terza soglia critica individuata dall’art 3 del Codice quale possibile segnale di crisi d’impresa riguarda i debiti verso gli istituti di credito.

In particolare, tale soglia si considera superata se le esposizioni con banche e altri intermediari finanziari alternativamente:

  • sono scadute da più di 60 giorni;
  • hanno superato da almeno 60 giorni il limite degli affidamenti.

Tuttavia, condizione necessaria affinchè la soglia si consideri superata è che tali esposizioni “problematiche” siano almeno il 5% del totale dei debiti bancari.

Ad esempio, debiti bancari per 100.000 euro, di cui 5.000 rate mutui scadute da oltre 60 giorni, o fido di 5.000 sconfinato per oltre 60 giorni.

Debiti verso INAIL: quando scatta la segnalazione

In base all’art 25 nonies del Codice della crisi, l’INAIL manda all’imprenditore e all’organo di controllo una formale segnalazione al superamento di una soglia critica.

Tale segnalazione viene inviata quando si accumula un debito per premi assicurativi di oltre 5.000 euro scaduto da oltre 90 giorni.

Debiti verso Agenzia delle Entrate: quando scatta la segnalazione

Sempre a norma dell’art 25 nonies del CCII, il superamento di una certa soglia nel pagamento dell’IVA porta all’invio di una formale segnalazione.

La segnalazione parte quando il debito IVA risultante dalle liquidazioni periodiche supera l’importo di 5.000 euro e il 10% del volume d’affari dell’anno precedente.

Inoltre, la suddetta segnalazione viene sempre effettuata da Agenzia delle Entrate quando il debito IVA sopracitato è superiore all’importo di 20.000 euro.

Debiti verso INPS: quando scatta la segnalazione

L’art 25 nonies del Codice della Crisi dispone anche obbligo di segnalazione in presenza di debiti INPS che siano superiori a certe soglie.

In particolare, la segnalazione parte quando c’è un ritardo di oltre 90 giorni nel versare contributi INPS che superino:

  • per le aziende con dipendenti, l’importo di 15.000 euro e il 30% di quelli dovuti nell’anno precedente;
  • per le aziende senza dipendenti, l’importo di 5.000 euro.

Ad esempio, un’azienda che l’anno precedente ha versato contributi per 60.000 euro potrebbe essere segnalata se ne versa 20.000 in ritardo di 90 giorni.

Debiti verso Agenzia delle Entrate Riscossione: quando scatta la segnalazione

Sempre l’art 25 nonies stabilisce una soglia al di sopra della quale Agenzia Entrate Riscossione può segnalare la situazione di potenziale crisi d’impresa.

Tale soglia tuttavia varia a seconda del tipo di impresa, ed è maggiore laddove l’impresa sia esercitata in forma individuale piuttosto che collettiva o societaria.

In particolare, la segnalazione parte quando ci sono debiti iscritti a ruolo e scaduti da oltre 90 giorni che siano di importo superiore:

  • a 100.000 euro per le imprese individuali;
  • a 200.000 euro per le società di persone;
  • a 500.000 euro per le altre società.

Crisi d’impresa: conclusioni su come evitarla

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto quali sono le 7 aree in cui bisogna esercitare il monitoraggio, evitando di oltrepassare determinate soglie.

La crisi d’impresa infatti si presume sussistere nel momento in cui tali soglie vengono superate, e da quel momento vige l’obbligo di attivarsi.

Questo obbligo riguarda sicuramente l’imprenditore, ma come abbiamo visto anche gli organi di controllo, cioè collegio sindacale, sindaco unico, e/o revisore.

L’organo di controllo deve infatti segnalare per iscritto all’imprenditore (o all’organo amministrativo) la sussistenza degli elementi di crisi d’impresa.

E l’imprenditore (o l’organo amministrativo), da parte sua, deve riferire entro 30 giorni sulle iniziative intraprese.

Se l’impresa ha più di 15 dipendenti, l’imprenditore deve inoltre informare i sindacati della situazione di crisi e delle iniziative per superarla.

Non ci si può infine esimere da una ultima considerazione riguardante il delicato ruolo dei consulenti nel nuovo assetto normativo della crisi d’impresa.

Il motivo per cui gli imprenditori assumono i consulenti è per essere meglio indirizzati e consigliati nei complicati obblighi normativi italiani.

E’ quindi buona abitudine che i consulenti dell’imprenditore avvisino l’imprenditore della sussistenza di tali obblighi, lasciando traccia scritta di ciò.

Se vi siete accorti che la vostra azienda ha superato una delle soglie citate in questo articolo, scriveteci tramite la sezione contatti del nostro sito.

Intervenire tempestivamente non è solo salutare per la vostra azienda, ma è anche il modo migliore per diminuire il rischio che sorgano pesanti responsabilità.

Responsabilità che – come abbiamo visto – colpiscono sia l’imprenditore che gli organi di controllo, ma possono potenzialmente creare problemi anche ai consulenti.

Se volete approfondire una procedura finalizzata proprio a gestire temporanee situazioni di crisi d’impresa, vi invitiamo a scoprire la composizione negoziata.

Se siete amanti dell’ascolto, non perdetevi la puntata del nostro podcast intitolata “Crisi d’impresa: cosa va tenuto d’occhio per prevenirla ed evitarla?”